Molti di noi sono soliti affermare che le differenze tra le religioni non hanno poi così tanta importanza: una varrebbe l’altra, l’importante è essere brave persone. L’impatto che hanno sull’opinione pubblica i comportamenti non di rado antipatici, quando non addirittura efferati, dei fedeli integralisti di certe religioni non fa che rafforzare l’idea che sia più importante essere creature buone e pulite piuttosto che credenti in qualche dio sanguinario palesemente inventato dalla mente umana solo per giustificare l’enormità dei propri crimini; l’ombra scura, purtroppo, si estende anche sulle religioni che adorano un Dio di misericordia. Si fa di ogni erba un fascio, come sempre.

Eppure, pensare e dire che le religioni siano uguali tra loro è innanzi tutto un’affermazione inesatta, incompleta e contestabile: tant’è che viene ampiamente contestata soprattutto da coloro che sono convinti che il loro credo sia l’unico vero e che tutti gli altri, di conseguenza, siano sbagliati.
Esprimere il concetto di eguaglianza tra le religioni, quindi, è un modo facile ma un po’ fuorviante che da un lato esprime qualcosa di profondamente vero, ma che d’altro canto offre il fianco a critiche fondate sulle evidenze e sul buon senso.
Occorre, ancora una volta, andare oltre le parole senza fermarsi al primo significato. L’affermazione secondo la quale le religioni sono tutte uguali, in questa ottica non significa che esse siano del tutto interscambiabili fra loro e che i culti connessi siano cosa di poco o nessun conto. Al contrario: l’eguaglianza tra religioni si riferisce in modo esclusivo alla dignità di cui sono portatrici. Ogni mondo spirituale – e potremmo estendere il campo anche agli agnostici e agli atei, visto che il non credere in una divinità ben connotata non preclude in alcun modo la presenza di una vita spirituale fertile e significativa – ha la stessa, precisa, identica dignità di un altro. Ogni credo è portatore di aspetti di verità non presenti in altre fedi: proprio per questo particolarmente preziosi.
Relativismo, diranno alcuni, a questo punto: Questo è soltanto relativismo. Ogni critica è lecita e bene accetta se formulata con rispetto; ma in questo caso la risposta – anzi, le risposte – sono già bell’e pronte.
Innanzi tutto, facciamo il nostro caro giochino del contrario, per saggiare la bontà di un concetto: consideriamo, in questo caso, che cosa sia il contrario di relativismo. Semplice: l’assolutismo. La visione assolutistica di una religione – il cosiddetto fondamentalismo – produce solo risultati nefasti, quale che sia la religione. Persino l’ateismo, quando viene imposto con la forza, non fa altro che danni. Parliamo di decine e decine di milioni di morti, in tutti i tempi e sotto tutte le bandiere e i simboli, religiosi e non religiosi. Non poca cosa.

Se sono credente, devo essere certo e fiero del mio credo, e fino in fondo: ma nello stesso tempo devo rispettare le credenze altrui. Non devo essere rispettoso di un rispetto solo formale e di facciata, avendo comunque in animo l’idea che l’altro sia nell’errore; ma piuttosto considerare il punto di vista altrui per quello che è, ovvero una prospettiva differente e portatrice di una verità che non rientra nel mio modo di vedere, ma che non per questo è meno vera. Io non devo venire influenzato e a mia volta non devo influenzare. Devo rendermi conto di quanti semi pronti a germogliare contiene anche un mondo diverso dal mio. Tutto qui.
Relativismo è un termine che ha anche valenze negative. Può significare, come accennavamo prima, alla tendenza facilona di accatastare tutte le religioni in un unico mucchio: una vale l’altra, pensa a essere bravo, il resto sono solo chiacchiere oppure esteriorità prive di senso.
Un ulteriore passaggio è considerare la spiritualità una specie di carrello del supermercato nel quale mettere i prodotti di nostro gusto. Il senso della legge e delle regole? Bellissimo! Lo prendo dallo scaffale dell’ebraismo. Il volemose bene? Fondamentale! Per quello passo alla corsia del cristianesimo. La calma dell’animo e la lontananza dalle preoccupazioni? Mai più senza! E’ in offerta speciale nel reparto Buddhismo. Corro a prenderlo.
Fa ridere? Sì, molto. E’ il sottoprodotto più nefasto del relativismo: è la cosiddetta religione fai da te, buona per tutte le occasioni, e quindi per nessuna. Chi ragiona così utilizza di solito un mantra che ripete in continuo: non credo nel Dio dei preti, io ho un dio tutto mio, io gli parlo e lui mi risponde, non mi riconosco nelle leggi, ragiono di testa mia… e via elencando.
La libertà è, o dovrebbe essere, un tratto ineliminabile della nostra esistenza e un diritto fondamentale per ogni essere umano: ciò vale anche per come impostare la propria vita spirituale. Se mi va di costruirmi una divinità bric à brac a mio esclusivo uso e consumo sono liberissimo di farlo, così come sono libero di attuare tutti i precetti della fede nella quale sono stato cresciuto.
Tuttavia, se vogliamo inoltrarci in un cammino di dialogo interspirituale serio e costruttivo, non possiamo ignorare la verità di cui anche l’Altro è portatore: l’Assoluto – il magnum mysterium che tutto circonda e avvolge – comunica con l’essere umano in una molteplicità di forme, ed è solo avvicinando tutte queste forme che possiamo a nostra volta avvicinarci ad esso, senza mai raggiungere una versione definitiva che possa escludere le altre.

La diversità è un dono, non un problema: mai come in questo caso affermazione fu più vera. La paura dell’altro ancora una volta è insensata e va sostituita con la genuina voglia di conoscenza.
Portare avanti il nostro credo con determinazione e coraggio, comprendendo e favorendo quello degli altri, è non solo doveroso, ma anche costruttivo nei confronti del nostro stesso credo.
Si diventa adulti nella propria fede quando si favorisce quella degli altri.


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