Le intelligenze: la skyline del cervello

La struttura e le funzioni del cervello non hanno mai cessato di affascinare gli scienziati: la complessità e la vastità sterminata delle connessioni tra cellule nervose resta in larga misura inesplorata e questo dato di fatto aumenta anziché ridurre l’interesse che la comunità scientifica e il pubblico comune nutrono nei confronti dell’organo più misterioso del nostro corpo.

Tra le acquisizioni importanti e relativamente recenti – ma stiamo comunque parlando di osservazioni di oltre quarant’anni fa – c’è quella legata alla definizione e alla descrizione delle intelligenze umane multiple: una visione degli aspetti cognitivi in contrasto con le precedenti. In pratica, si è passati dal considerare l’intelligenza umana unica e monolitica, quantificabile con il famoso e famigerato quoziente intellettivo, al prendere coscienza del fatto che l’essere umano intellige – ovvero sceglie, considera e modifica le cose che lo circondano – utilizzando strumenti e parametri di volta in volta diversi.

Come ogni cosa nella scienza, e non solo, anche queste classificazioni hanno fatto e fanno discutere: si parla di nove, oppure otto, intelligenze diverse, ma chissà quante altre classifiche si potrebbero stilare, e i detrattori della teoria asseriscono che non ci sono prove sicure. Ma tant’è: la cosa importante è che si sia rotto un paradigma secondo il quale eravamo freddamente catalogabili: geni, oppuremolto intelligenti, intelligenti, poco intelligenti e via via discendendo negli inferi della stupidità. Ognuno con la sua classe, come le automobili con l’assicurazione.

La nuova prospettiva fa capire che ognuno di noi può essere brillante o brillantissimo in qualcosa e scarso  o scarsissimo in qualcos’altro. Carlo Cassola, il grande scrittore, alla domanda rivoltagli da Maurizio Costanzo durante una trasmissione televisiva di tanti anni fa su come fosse la sua vita da genio, rispose con una sincerità disarmante che lui era magari un genio nello scrivere ma un “cretino qualsiasi” nella vita di tutti i giorni. Aveva ragione: non perché fosse un cretino (figuriamoci!) in qualche campo, ma perché ognuno di noi è portatore di picchi e abissi. Quindi, anche i geni.

Questa ottica apre il campo a nuovi scenari. Innanzi tutto, la complessità del profilo delle intelligenze di ognuno di noi somiglia a quello delle skyline di alcune città, caratterizzate dalle altezze e dalle forme dei grattacieli. Ogni skyline è unica e determina in modo univoco la città che la possiede. C’è un edificio molto alto – più alto di ogni altro –, poi ce ne sono a metà strada e infine altri decisamente bassi. Così è per noi e per il modo di lavorare del nostro cervello: per qualcuno il grattacielo più alto corrisponde alla creatività musicale o pittorica, mentre il talento per la matematica e le scienze esatte sono rappresentabili come casette basse. Per qualcun altro può essere l’esatto opposto, per altri ancora una infinità di modi intermedi.

Il profilo delle nostre intelligenze è qualcosa di personale e unico: una sorta di impronta digitale, di fondo dell’occhio, di corredo genetico che ci segna in modo incontrovertibile e che ci rende distinguibili gli uni dagli altri.

Tutti conosciamo persone particolarmente versate in determinate scienze o arti e che nella vita quotidiana si comportano in maniera impacciata: eccellenti pianisti che fanno fatica a comperare un chilo di pane; ottimi fisici teorici che fanno guidare l’automobile dalla moglie perché non sanno destreggiarsi con i comandi di una vettura anche semplice.

Pur senza arrivare ai casi estremi, non sfuggirà che ognuno di noi ha inclinazioni personali e particolari: alcune di queste inclinazioni si riscontrano più facilmente in un sesso piuttosto che nell’altro – la passione per il calcio e i motori oppure per la cucina e la moda – e talune sono in diretta dipendenza dalle culture di appartenenza – il football oppure il baseball, tanto per dire -, ma nulla è scritto sulla pietra. Tutto dipende da un affascinante e misterioso mix in cui entrano, tra i tanti, ingredienti quali il codice genetico, l’educazione, la classe sociale e l’ambiente familiare.

C’è un paragone che svela meglio degli altri non solo le caratteristiche della intelligenza, ma anche la sua funzionalità: possiamo considerare la miscela e le differenti percentuali delle diverse intelligenze che ci definiscono come il profilo di una chiave. Proprio come una chiave, la nostra intelligenza è in grado di aprire una serratura, e solo quella. Non serve avere punte elevate o elevatissime, per aprire una serratura è semplicemente necessario avere quel profilo, e non un altro.

Probabilmente ognuno di noi, nel corso della vita, si è chiesto chissà quante volte come mai persone apparentemente poco brillanti abbiano raggiunto un successo strepitoso in un determinato campo. Uomini senza qualità evidenti si sono dimostrati assi pigliatutto. La spiegazione – terribilmente semplice e senza appello – è proprio questa: il profilo della chiave determinato dalle intelligenze di questi individui, pur mostrando probabilmente un’altezza media abbastanza bassa, è perfetto per aprire un determinato tipo di serratura. Chi si trova al posto giusto nel momento giusto compie proprio questa operazione: infila la sua chiave nella toppa, gira e apre la porta. Tutto qui. È la strada del successo. Al contrario, puoi avere una chiave bellissima, antica e preziosa, ma se la serratura non è quella giusta non otterrai nulla – o quasi.

Sembra una sciocchezza, ma i test attitudinali utilizzati per il reclutamento al lavoro, quando sono seri e ben fatti, tengono in conto proprio questo aspetto. Elementi come la pragmaticità, l’intraprendenza, la scioltezza del linguaggio e il senso morale piuttosto elastico, non solo non vengono considerati elementi non negativi, ma possono risultare in parecchi casi addirittura le armi vincenti, unitamente a capacità chiaramente positive quali l’abilità nel socializzare e nel progettare.

Che cosa significa tutto ciò? In quale modo queste caratteristiche cognitive possono essere di appoggio a un percorso spirituale?

Molto semplice: non dobbiamo inorgoglirci. L’orgoglio si basa sul fatto che siamo magari bravissimi a dipingere o dei piccoli geni di matematica. Ma lo stesso orgoglio evita di riflettere sul fatto che, invece, siamo impediti nei rapporti sociali o abbiamo poco talento per progettare.

Sull’altra sponda – quello dell’Altro – succede lo stesso: ci sono persone che ci entusiasmano per il loro modo di agire, ma la loro personalità ha di sicuro anche lati oscuri; possiamo, al contrario, venire in contatto con personaggi che bolliamo come inetti per il comportamento che manifestano in molti casi, mentre in altri ambiti potrebbero stupirci per qualche qualità inaspettata.

Nessuno fa eccezione; genio e stupidità spesso coabitano nello stesso individuo.

Impariamo a rivalutarci senza inorgoglirci: ne abbiamo tutti bisogno.

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