Le teologie come strumento di crescita spirituale

Teologia, in senso etimologico, significa discorso su Dio o anche discorso sul divino. Discorso, il logos, come tutti sappiamo, è una parola polisemantica e quindi accoglie in sé significati diversi, come studio, parola, dottrina e persino scienza (per la quale peraltro il greco ha in serbo anche un altro termine più specifico, ovvero epistème). La teologia è un ponte – insieme alla preghiera – tra divino e umano: raccoglie le speculazioni che teologi, filosofi ed esperti di dottrina hanno prodotto nel corso dei tempi. Racconta, con i limitati strumenti umani, un divino che per sua natura è sostanzialmente inconoscibile e inconosciuto. Tutta la narrazione si sedimenta in testi che vengono ritenuti sacri.

Nella realtà, più che di teologia al singolare, occorre parlare di teologie al plurale, perché coesistono tante visioni della trascendenza quante sono le religioni; e non di rado, all’interno di una stessa religione, si annidano sensibilità e dottrine differenti quando addirittura non avversarie.

Le teologie si basano, come dicevamo, su testi sacri che i fedeli attribuiscono alla diretta ispirazione divina; il fatto che i libri con queste caratteristiche siano numerosi, e che afferiscano a tradizioni letterarie e a epoche storiche quanto mai lontane le une dalle altre, rischia di attizzare il fuoco della polemica. Lungi dal pensare che le radicali differenze tra testi – persino quelli in contraddizione l’uno con l’altro –  possano mettere in evidenza semplicemente i vari aspetti dell’Assoluto, che altrimenti risulterebbe indescrivibile da una sola opera, i credenti spesso sposano la convinzione che l’unica Parola portatice di verità sia la propria; le altre, di conseguenza, sono degne di indifferenza, nella migliore delle ipotesi; o di biasimo, e persino di odio, nella peggiore.

 Seguire fedelmente gli insegnamenti di una tradizione, infatti, apre alla possibilità di essere intransigenti nei confronti di coloro che non condividono la stessa visione; i quali a loro volta credono – in modo probabilmente altrettanto intransigente – in un altro testo sacro. Le convinzioni religiose possono portare a ritenere che la via che si segue sia l’unica praticabile; la logica conseguenza, se non si entra in un altro tipo di mentalità, è che un popolo di fedeli si senta autorizzato a contrastare – quando non a combattere – i fedeli antagonisti. Nasce il fanatismo.

Una divinità che autorizza l’uccisione di altri esseri umani. impone sacrifici orrendi, crea regole di morale sessuale (e non solo) asfissianti, affida intere regioni a questa o a quella popolazione a discapito di altre è evidentemente un dio creato dall’uomo per dare una patente di liceità a crimini che altrimenti andrebbero puniti in modi severi ed esemplari.

È esattamente così che nascono le guerre di religione, che tutt’oggi perdurano sostanzialmente indisturbate. È successo mille volte nel corso della storia e continua a succedere. Insieme alle ragioni economiche, alle convinzioni politiche e ai motivi etnico-razziali (spesso anche tra questi ultimi fanno capolino moventi religiosi), la religione è una delle principali cause si morte, sofferenza e distruzione.

Un controsenso atroce.

Un controsenso che si acuisce ulteriormente nel caso delle teocrazie, ovvero i regimi fondati su credo religiosi non di rado inflessibili e cruenti.

Evitiamo le generalizzazioni: le religioni mature generano e fanno crescere fedeli aperti al dialogo e all’empatia. La creazione di ospedali e centri di trasmissione del sapere, l’istituzione di sistemi di dialogo interreligioso insieme a tutte le altre manifestazioni delle opere prodotte nel tempo dagli uomini di buona volontà alleggerisce ma non annulla il peso che hanno, sulla cosciensa collettiva, le schiere immense delle vittime dell’intolleranza religiosa.

Il Cammino di Benedizione non entra per sua natura nel merito di nessuna tradizione teologica, e men che meno giudica chi, tra le tante possibili scuole del pensiero spirituale, abbia torto o ragione, cosa impossibile e sbagliata.

Molto più semplicemente, utilizzando il paragone polifonico, invita a considerare che tutte le tradizioni religiose e le visioni laiche della vita sono fondamentali e hanno uguali dignità e importanza, perché ognuna di esse – proprio grazie alla differenza di cui è portatrice –  contribuisce alla definizione di un ritratto di Dio per il quale non basta un solo pennello.

Tutto ciô trova corrispondenza con l’agire delle voci in un coro: le parti acute descrivono una linea melodica del tutto differente da quella delle parti basse, eppure – se ben coordinate – le varie componenti producono una melodia e una armonia che, insieme, comprendono e superano le voci che le hanno generate.

I soprani non si devono curare di quello che fanno i baritoni, ma hanno come unico obbligo quello di essere dei buoni soprani.

La coordinazione e la buona qualità vale tanto per i cori e le orchestre quanto per le religioni: conoscere e onorare una tadizione diversa da quella a cui si appartiene – senza peraltro smettere di essere dei buoni credenti nella propria – è l’obiettivo che, anche in questi tempi disastrati, deve guidare laici e credenti sul cammino della pacificazione e della reciproca comprensione.

Altrimenti, con infinita tristezza, saremmo costretti a rispolverare il vecchio punto di vista secondo il quale è l’uomo ad avere creato dio, e non viceversa.

Comments are closed

Cerca

Commenti

Nessun commento da mostrare.
Torna in alto