Nell’antica provincia di Mikawa viveva molti anni orsono la vecchia Fujiko, una donna pia e seria che trascorreva la sua esistenza da sola ed era da tutti considerata irreprensibile. Dopo la morte dei genitori, avvenuta quando Fujiko era giovane, la donna era vissuta sola nella sua linda casetta; per tutti gli anni della sua perfetta solitudine non ebbe mai occasione di ricevere critiche. Il suo comportamento era ammirato per l’austerità e il rigore e, quando non puliva e riordinava la casa, l’anziana trascorreva il tempo in preghiera.

Pregava e lavorava, Fujiko; lavorava e pregava. Senza sosta, giorno dopo giorno, in modo incessante e preciso. Sentiva ben chiaro che quello era il suo dovere, poiché voleva fare le cose giuste e vivere in modo corretto.
Tuttavia, fin da quando era giovane, nella preghiera non aveva trovato il conforto che si sarebbe aspettata da questi dialoghi con il divino: in un angolo del suo pensiero immaginava sotto sotto di dover ricevere una sorta di risposta ogni volta che rivolgeva i suoi pensieri all’Alto, e ogni volta che si accingeva a pregare, attendeva – senza neppure confessarlo a se stessa – un cambiamento percepibile nella sua esistenza, così ordinata e banale.
Le sembrava che il suo cuore dopo le preghiere restasse freddo e immobile, come fredda era la sua casa e immobili le candele che giorno e notte ardevano sul piccolo altare allestito accanto alla camera da letto.
Tutto attorno a lei era ordinato, tranquillo, rassicurante, lucido. E tutto era senza vita, come il suo cuore.
Fujiko voleva essere pia e provava a esserlo con tutto lo slancio di cui era capace. Gli occhi guardavano, vedevano e capivano; ma nell’intimo si sentiva gelata. Vedeva distintamente le parti più intime del suo animo così come vedeva le stanze in cui viveva: linde e perfette, con i pavimenti tirati a specchio, le stampe bene ordinate sulle pareti e le candele tanto immobili che parevano non consumarsi mai.
Le divinità non dialogavano con lei, forse perché non la amavano.
Triste e addolorata decise allora di recarsi dal kannushi, il sacerdote al quale da parecchi anni aveva consegnato le chiavi del suo cuore. Gli parlò con sincerità e gli confidò lo sgomento nel constatare che la preghiera non produceva alcun effetto sul suo animo e tantomeno sul suo comportamento.

Usò parole accorate, per quanto ne era capace. Parlò in modo concitato, poi tacque.
Anche il maestro tacque a lungo. Poi, prendendo un bel respiro, si limitò a dire: “Capirai il vero significato della parola “preghiera” quando meno te lo aspetti. Ora vai e continua a pregare”. Altro non fu possibile cavare da lui.
Fujiko un po’ delusa tornò sui suoi passi e cominciò a pensare di rassegnarsi a come stavano le cose: non avrebbe mai capito che cosa fosse la preghiera e l’atto del pregare sarebbe rimasto per sempre una realtà estranea alla sua vera natura.
Un giorno, proprio dopo avere terminato i suoi riti del pomeriggio, si alzò un gran vento. Dapprima si misero a turbinare le foglie nel cortile; poi i rami dei più alti alberi si scossero come se volessero staccarsi dal tronco; infine anche il cielo si rabbuiò e un rumore assordante pervare l’aria.
La porta della casa di Fujiko tutto a un tratto si spalancò. Nelle stanze entrarono sabbia, ghiaia minuta e una grande quantità di foglie morte. Le candele si spensero di colpo e i quadri alle pareti sobbalzarono in una danza concitata.
Spaventata, la vecchia corse verso l’uscita e con tutta la forze che le riuscì di trovare chiuse infine la porta.
Attonita, si guardò attorno. Vide la sua dimora con occhi nuovi. Vide la ghiaia e le foglie morte sul pavimento che fino a pochi minuti prima era stato uno specchio; notò le stampe storte alle pareti; vide i candelabri a terra e le candele spente.
Si sentì smarrita.
Poi, sorrise.
Finalmente aveva capito il vero significato della parola preghiera.



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