Che strana domanda: la guerra è, per definizione, l’evento in cui si condensa e si palesa nel modo più evidente l’odio, che dell’amore è il complemento opposto. Come è possibile che ci sia amore in una realtà così tanto distruttiva?
Le guerre – e lo sappiamo bene di questi tempi – vengono dichiarate con l’unico scopo di ferire l’avversario e costringerlo a una resa (più ingloriosa è, meglio è) che soddisfi le richieste del nemico. I mezzi che si usano in queste situazioni sono i più disparati: le tecnologie, come ormai sappiamo benissimo, hanno preparato un arsenale impressionante non solo per la carica di fuoco, ma anche per la precisione e la specificità. Tra le new entry, almeno per noi miseri mortali – ma chissà quanti segreti si celano negli arsenali – ci sono bombe in grado di penetrare in profondità e di scoppiare soltanto quando raggiungono il target. Poi ci sono le bombe a grappolo, i missili più veloci di ogni intercettore, le mine antiuomo; poi ancora i droni, i carri armati di ultima generazione, gli aerei di ogni tipo in grado di trasportare qualsiasi cosa oppure capaci di colpire obbiettivi con una precisione mostruosa; satelliti per controllare tutti gli scenari, bombe intelligenti, mitragliatrici dalle capacità quasi infinite…

Si può essere perversamente affascinati di fronte a tanta tecnologia; ma di sicuro, una persona sana di mente non può restare indifferente pensando agli effetti prodotti da un simile ammasso di ordigni super sofisticati. Nel breve elenco delle conseguenze possiamo menzionare non solo i civili colpiti da qualsiasi tipo di arma d’offesa, ma anche le popolazioni intere ridotte alla fame, alla sete oppure vittime di infezioni causate dalle condizioni igienico sanitarie spesso pessime; i soldati (e spesso non solo i soldati) imprigionati e torturati in aperta violazione alla Convenzione di Ginevra; le famiglie distrutte, le città polverizzate, le popolazioni spostate a dritta e a manca come se fossero pacchi di uova.
Purtroppo, ciò che manca in questo elenco è ben di più di quello che c’è.
Odio, odio, odio: odio in uscita – per così dire – ovvero, l’odio di chi aggredisce e assalta cercando motivazioni spesso sgangherate e disumane; ma odio anche di ritorno, cioè quello dell’aggredito, che sente impellente e fortissimo l’istinto di vendicarsi e di far pagare caro e salato il prezzo della devastazione al devastatore.
Una reazione a catena che almeno in teoria potrebbe non finire mai: cosa quasi vera, se calcoliamo la durata smisurata di certi conflitti antichi (la “Guerra dei cent’anni”, su tutti) e moderni, a cominciare dalla situazione di belligeranza perpetua di quasi tutta l’area mediorientale e dalle guerre striscianti e semiclandestine che insanguinano i continenti africano e sudamericano e che sembrano destinate a non finire mai.
E allora, quanto amore ci può essere in una situazione del genere?
Tanto: molto più di quanto si creda. Addirittura, gli scenari bellici sono quelli dove l’amore solitamente rompe timori e indugi e lavora al massimo delle sue potenzialità. Salta fuori quello che un tempo si chiamava, con un bel po’ di retorica, eroismo; ma che in realtà è soltanto quella caratteristica tipicamente umana che viene sostanziata dal mondo spirituale – che a sua volta contribuisce a sostanziare – e che ha ricevuto nomi diversi ma simili quali pietas, benevolenza, compassione, misericordia. Ovvero, amore.
Un ospedale che lavora a pieno ritmo sotto le bombe è una centrale nucleare di amore.
Chi soccorre un bambino ferito, che magari non è suo figlio, mentre continuano a piovere proiettili, sa amare probabilmente più di quanto egli stesso immagini; e questo vale anche per chi soccorre migranti in transito nelle zone di guerra o per coloro che tentano di dare sepoltura, spesso sfidando divieti e restrizioni, ai corpi dei caduti. Antigone docet.

La catena di volontari, o di persone che semplicemente si trovano in mezzo a un gioco più grande di loro e decidono di impegnarsi per il bene, è pressoché infinita e se non si riesce a combattere efficacemente il male, almeno nella coscienza collettiva, non è soltanto per disparità numerica, ma anche perché il male ha molta, molta più visibilità. Il dolore inferto, l’ingiustizia e la violenza sono forze distruttive che conquistano facilmente le prime pagine dei giornali; l’apertura all’altro e la pietà, al contrario, sono difficili da notare e da descrivere e quindi fanno poca audience.
Eppure, la compassione si fa strada dappertutto, anche nei terreni paludosi e avvelenati dell’odio più feroce: il sacro fuoco che spinge un fotoreporter di guerra a testimoniare con la sua reflex gli orrori che accadono sul campo è uno dei mille esempi possibili – ma lo stesso discorso vale per un inviato speciale che parla davanti a una telecamera mentre le bombe cadono alle sue spalle; o per un’ambulanza che si ferma nel mezzo del fuoco incrociato per raccogliere un ferito da terra senza preoccuparsi dello schierameno a cui appartiene.
I bambini che subiscono traumi anche gravissimi hanno bisogno di amore; e così le donne e i vecchi. Ma anche gli uomini giovani hanno lo stesso bisogno, che oltre a essere un bisogno è anche un diritto fondamentale. Hanno necessità di amore persino i soldati che – non di rado controvoglia – premono i grilletti o lanciano granate con l’unico scopo di distruggere cose e persone.

Chi ha bisogno di amore spesso riesce anche a darne: nei momenti più bui un abbraccio tra commilitoni o una pagnotta regalata da una mano anonima dimostrano più di mille parole che la natura dell’uomo è intimamente buona e che la potenza del male può far scendere una oscurità anche profonda sull’agire umano, ma non potrà mai farlo sprofondare del tutto nel buio completo.

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